Alberto Barbera e Cameron Bailey. Due direttori. Una sola traiettoria.

Wim Wenders non se ne avrà a male se prendiamo in prestito il titolo del suo bellissimo film Così lontano, così vicino (1993) per descrivere il rapporto che lega la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia al Toronto International Film Festival.

Da anni i due eventi vivono in uno stato di prossimità quasi fisica.
Si osservano, si studiano, si corteggiano, competono e si passano il testimone nella corsa verso la stagione autunnale, celebrando insieme il rito che segna la fine (e l’inizio) dell’anno cinematografico.

Nel 2026 Venezia si svolge dal 2 al 12 settembre, Toronto dal 10 al 20 settembre. Diciannove giorni durante i quali i due festival convivono e che alcuni professionisti respirano spostandosi dall’uno all’altro, senza soluzione di continuità.

La Mostra, nata nel 1932 e riconosciuta come il festival cinematografico più antico del mondo, e il TIFF, fondato nel 1976 come Festival of Festivals, sono cresciuti su percorsi paralleli fino a diventare, ciascuno a proprio modo, una tappa imprescindibile per chiunque lavori nell’industria audiovisiva. Il 2025 ha segnato il cinquantesimo anniversario di Toronto, un traguardo celebrato con una retrospettiva sulla propria storia, mentre il 2026 segna un nuovo capitolo ancora da scrivere per entrambi i festival: l’83ª Mostra e il 51° TIFF.

Il fatto che i due eventi siano da sempre “vicini di calendario” non è un dettaglio organizzativo, ma una condizione strutturale che è arrivata a definirne l’identità stessa. Perché mentre Venezia cerca l’esclusiva mondiale, il prestigio della prima assoluta, il red carpet e il giudizio della critica, Toronto costruisce parte del proprio valore su ciò che accade a Venezia pochi giorni prima, trasformando una prima mondiale europea in un lancio nordamericano.
Due filosofie, due missioni, due modi di intendere il cinema come evento da raccontare fianco a fianco.

Barbeiley

Alla guida della Mostra di Venezia c’è, per 15 edizioni consecutive ormai (più un precedente mandato tra il 1998 e il 2002), Alberto Barbera, che ormai può aggiungere alla propria qualifica di “direttore del festival” quella di diplomatico e funambolo. Il suo compito, edizione dopo edizione, è conciliare una vocazione per i linguaggi più radicali e gli autori più autorevoli con la dose di glamour necessaria a garantire copertura mediatica, sponsor e pubblico generalista.

È un lavoro fatto di negoziazioni, concessioni e istinti che restano quasi sempre invisibili allo spettatore, e che Barbera porta avanti facendo spazio a voci scomode, proteggendo l’espressione autoriale e scommettendo su cineasti che il mercato a volte considera in declino o ignora del tutto, mantenendo sempre il dialogo aperto con distributori, investitori e industria.

Dall’altra parte dell’Atlantico, il TIFF è guidato da Cameron Bailey, una figura che conosce il festival letteralmente dall’interno. Vi entrò come programmatore stagionale nel 1990, divenne direttore artistico nel 2012 e infine CEO nel 2021. Trent’anni di storia condivisa con il festival gli hanno permesso di attraversarne ogni fase (come programmatore, curatore e dirigente) mantenendo sempre un legame forte con il cinema canadese.

Ma la sfida che Bailey affronta oggi è diversa da quella dei suoi predecessori. Toronto deve restare il grande festival popolare del Nord America senza scivolare in una semplice vetrina per gli studios, rafforzando allo stesso tempo il proprio peso industriale. È questa la direzione della novità più significativa del 2026, il TIFF: The Market, il nuovo mercato ufficiale del festival, in programma dal 10 al 16 settembre al Metro Toronto Convention Centre.

Barbera e Bailey rappresentano dunque due direzioni complementari più che opposte.
L’uno tutela e rilancia il prestigio della selezione d’autore in un contesto competitivo che resta il nucleo identitario di Venezia. L’altro guida un festival che ha fatto della non competitività e del rapporto diretto con il pubblico la propria bandiera, e che oggi sta cercando di aggiungere un’infrastruttura industriale che non ha mai avuto prima. Sono, in un certo senso, gli equilibristi opposti e complementari di uno stesso settembre.

Filosofie complementari

La missione di Venezia resta, prima di tutto, la ricerca dell’espressione cinematografica autoriale. La selezione ufficiale, la competizione per il Leone d’Oro, il prestigio della Mostra e la forza simbolica del Lido costruiscono un festival pensato per un cinema che rischia, sperimenta il linguaggio e rimette al centro autori spesso trascurati dal mercato. È la logica che riporta a Venezia nomi come Werner Herzog (che aveva già ricevuto un Leone d’Oro onorario nel 2025), il quale ha rifiutato un posto a Cannes pur di restare in concorso al Lido con il suo film Bucking Fastard, o che permette il ritorno di Nanni Moretti dopo trentasette anni di assenza dal concorso veneziano.

Ma questa vocazione autoriale è sempre convissuta con un secondo binario altrettanto necessario: il glamour. Il red carpet resta parte integrante dell’identità della Mostra, e il 2026 lo conferma con presenze come quella di Robert Pattinson, protagonista e produttore di Primetime, o dei fratelli Noel e Liam Gallagher, attesi per il documentario Oasis: Don’t Look Back In Anger.

Toronto persegue invece una propria filosofia. L’assenza di una competizione tradizionale resta uno dei tratti identitari più forti del festival, perché è un festival per il pubblico, che ha l’onore di assegnare il premio più importante della rassegna, il People’s Choice Award. Nel tempo, questa missione è diventata un prezioso laboratorio per comprendere il rapporto tra cinema e spettatori.

Tra i precedenti vincitori del People’s Choice Award figurano film come Momenti di gloria, The Millionaire, The Fabelmans e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, il quale, pochi giorni prima nel 2017, vinse alla Mostra il premio per la Miglior Sceneggiatura.

Ma con il TIFF: The Market, Toronto non si accontenta più di inseguire semplicemente pubblico e stampa nordamericani. L’obiettivo è diventare anche un luogo di affari e networking, sulla scia di Cannes e Berlino.

I film che viaggiano da un festival all’altro

Il modo più efficace per capire il rapporto tra i due festival è guardare ai film che passano da entrambi.

Uno è Bunker di Florian Zeller, un thriller psicologico con Javier Bardem e Penélope Cruz nei panni di una coppia la cui relazione viene destabilizzata da un incarico architettonico per un bunker commissionato da un potente magnate tecnologico, con un cast completato da Paul Dano, Stephen Graham e Patrick Schwarzenegger. Il film debutta in concorso a Venezia e arriva a Toronto pochi giorni dopo come North American Premiere.

Lo stesso percorso è seguito da Ink, il film di Danny Boyle scelto da Venezia come titolo d’apertura il 2 settembre. Ambientato negli anni Sessanta, racconta la nascita e l’ascesa del tabloid britannico The Sun, con Guy Pearce nei panni di Rupert Murdoch e Jack O’Connell in quelli del direttore Larry Lamb. A Toronto viene proiettato come Canadian Premiere.

Anche il maestro Hirokazu Kore-eda compie il doppio viaggio con Look Back, adattamento live-action del manga di Tatsuki Fujimoto; lo stesso vale per Lee Chang-dong con Possible Love, storia dell’intreccio tra le vite di due coppie, e per Shinya Tsukamoto con Mr. Nelson, Did You Kill People?, ritratto di un veterano afroamericano della guerra del Vietnam.

A questi titoli si aggiunge il thriller italiano L’Estranea (titolo internazionale The Spiral), diretto da Paolo Strippoli, che vola dal concorso del Lido alla selezione ufficiale Midnight Madness di Toronto, per poi approdare al Fantastic Fest di Austin, dove Strippoli aveva debuttato con il suo primo lungometraggio da solista, Piove, nel 2022.

Martin McDonagh, due volte premiato a Venezia per la sceneggiatura, torna in concorso con Wild Horse Nine, con John Malkovich, Sam Rockwell e Steve Buscemi. Genera attesa anche il ritorno di Nanni Moretti al Lido, il primo dal 1989, con Succederà questa notte, con Louis Garrel e Jasmine Trinca, e Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis. Tra gli altri italiani in concorso figurano Edoardo De Angelis, Andrea Pallaoro e il già citato Paolo Strippoli, mentre Casey Affleck concorre al Leone d’Oro come regista con Company.
Il cinema francese è rappresentato da Stéphane Brizé, Cédric Kahn e Nicolas Pariser.

Fuori concorso torna Paul Schrader, insieme a Father Joe con Kiefer Sutherland e Al Pacino, Nessun dolore di Gianni Amelio, Scherzetto di Mario Martone, e il film di chiusura Dio ride di Giovanni Veronesi con Pierfrancesco Favino. La Mostra abbraccia anche proposte più rischiose: DAU di Ilya Khrzhanovsky, A Bit of Light (Kami nour) di Ali Asgari, il documentario di Alex Gibney su Elon Musk e il cortometraggio di Laura Poitras sulle proteste contro l’ICE. Dei venti titoli in concorso, solo uno è diretto da una donna, la danese May el-Toukhy; la presidente di giuria Maggie Gyllenhaal presenterà il proprio cortometraggio, Flesh Impact.

Toronto, al contrario, punta sulle proprie prime assolute. La serata d’apertura è dedicata a Being Heumann di Siân Heder; Peter Farrelly torna con I Play Rocky, Chris Rock dirige Misty Green per A24, e Jesse Eisenberg presenta The Debut. In programma anche Onwards and Sideways di John Madden, A Talent for Murder di Anton Corbijn con Helen Mirren, e Tender Loving Care di Mike Leigh, insieme ai titoli già visti a Cannes Bitter Christmas (Almodóvar), Fjord (Mungiu), Minotaur (Zvyagintsev) e The Beloved (Sorogoyen), a conferma del ruolo parallelo di Toronto come trampolino di lancio per la stagione dei premi.

Due continenti, una sola latitudine festivaliera

C’è un’immagine, presa da un film di supereroi, che forse più di ogni analisi racchiude il senso di questo settembre a due punte.
In Spider-Man: Homecoming, l’eroe resta sospeso tra le due metà di un traghetto spezzato in due, le braccia allargate come su una croce, mentre tiene insieme le due parti con la sua ragnatela in un tentativo disperato di riunirli. È l’immagine che meglio rappresenta i direttori dei grandi festival, costretti ogni anno a tenere insieme ricerca autoriale e glamour, arte e mercato.

Ma è anche, allargando lo sguardo, l’immagine perfetta per il rapporto tra Venezia e Toronto: due metà della stessa imbarcazione, separate da un oceano e da poche ore di calendario, tenute insieme non da un supereroe ma da titoli condivisi, da autori che viaggiano da un continente all’altro, da produttori che scelgono entrambi i palcoscenici.

Venezia porta con sé il peso della storia, della critica, della selezione più esigente. Toronto porta la forza del pubblico, la scala industriale nordamericana e, da quest’anno, un vero e proprio mercato tutto suo. Due modi di rispondere alla stessa domanda: di cosa ha bisogno il cinema per vivere tanto di gloria quanto di incassi?

Continua a leggere: Mario Martone torna a Venezia con Scherzetto: protagonisti Toni Servillo e il giovanissimo Lorenzo Perrotta

 

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