TIFF: The Market e Venice Production Bridge: due mercati, un’industria in trasformazione

TIFF The Market: il nuovo arrivato

Se il più grande festival cinematografico per il pubblico aggiunge un mercato al proprio programma dopo mezzo secolo di storia, qualcosa sta chiaramente cambiando.

Ora, chiudete gli occhi e provate a ricordare quando erano i critici a custodire del destino di un film. Vi manca?
Poi, per un brevissimo momento nel mondo digitale, abbiamo avuto l’illusione di vivere in una democrazia dell’informazione, finché non ci siamo accorti che esisteva l’algoritmo.

Ma esiste un sistema di misurazione che non mente: il pubblico.
Quel pubblico è presente fisicamente, e nel modo più massiccio, al TIFF (oltre a essere chiaramente il termometro degli Oscar negli ultimi anni), e non c’è posizione migliore per un buyer che sedersi accanto agli spettatori, pronto per mettere la firma su un accordo.

Il Governo del Canada ha investito 23 milioni di dollari canadesi (circa 16,7 milioni di dollari USA) per creare un mercato allineato al Festival, il cui ecosistema attira 700.000 visitatori l’anno e genera 174 milioni di dollari di attività economica ogni anno. I numeri parlano chiaro: il Festival è un business. E dopo cinquant’anni senza averne uno, quel business ha ora un nome: TIFF: The Market.

Sono attesi relatori di primo livello e una forte partecipazione di buyer.

“Queste conferme riflettono uno sforzo concertato per rispondere alle richieste dei venditori, a livello globale, affinché sia presente un solido contingente di buyer”, ha dichiarato Charles Tremblay a capo del TIFF: The Market.

Tra i partecipanti figura un alto numero di distributori cinematografici, oltre ad acquirenti di serie e contenuti immersivi nell’Innovation Hub.

La formula è apparentemente semplice: mettere un mercato al centro della conversazione con il pubblico.

Secondo Cameron Bailey, CEO del Toronto International Film Festival, “L’allineamento del TIFF: The Market con il nostro Festival annuale offre un’opportunità unica per buyer e distributori, in quanto il più grande festival cinematografico del mondo aperto al pubblico, non esiste luogo migliore del TIFF per cogliere il polso di ciò che sta funzionando con gli spettatori”.

Venice Production Bridge: dieci anni di continua evoluzione

Dall’altra parte, il Venice Production Bridge si definisce “un appuntamento essenziale e di successo tra i professionisti del cinema, dell’audiovisivo e della realtà virtuale”.

L’evoluzione è, in effetti, nel DNA di questo mercato. Il VPB è stato introdotto nel 2016, in occasione della 73ª Mostra, come un nuovo “ombrello” che ha riorganizzato ed esteso le attività industriali già attive al Lido, sotto il Venice Film Market, nato nel 2012.
Da allora, il VPB è cresciuto continuando ad aggiungere programmi sotto lo stesso marchio, come una matrioska.

La sua missione dichiarata è coprire l’intera filiera produttiva di un film, dai diritti di proprietà intellettuale fino alla distribuzione, articolandosi nelle sue varie sezioni: il Book Adaptation Rights Market, il Venice Gap-Financing Market, Final Cut in Venice, Meet the Streamers e il Venice Immersive Market.

A ulteriore prova di questa evoluzione inarrestabile

quest’anno debutta il VPB Locations Market, dedicato agli studi di produzione, alle location cinematografiche e agli incentivi fiscali in tutto il mondo.

Alla guida del Venice Production Bridge c’è Pascal Diot, che dirige la struttura fin dal suo lancio nel 2012 (prima del rebranding) e che oggi condivide gli incarichi di programmazione con Savina Neirotti. Questo rende Diot una delle figure più longeve e continuativamente al comando tra i responsabili dei mercati cinematografici europei, avendo visto avvicendarsi diversi direttori di festival nel corso degli anni.

E occhio al calendario: il VPB si conclude tre giorni prima dell’inizio del Festival di Venezia vero e proprio, proprio per permettere agli addetti ai lavori di prendere il volo per Toronto senza sovrapposizioni.
Un piccolo dettaglio che dice molto su un mercato costruito attorno alle esigenze dei produttori, piuttosto che accontentarsi di essere un’isola a sé stante.

Continua a leggere: Alberto Barbera e Cameron Bailey. Due direttori. Una sola traiettoria.

 

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