Dal 16 al 20 settembre, il Festival Internazionale del Documentario Visioni dal Mondo torna a Milano per la sua dodicesima edizione. Fondato da Francesco Bizzarri e diretto artisticamente da Maurizio Nichetti, in questi dodici anni il festival si è affermato come uno degli appuntamenti di riferimento in Italia per il settore documentaristico internazionale. Il programma di quest’anno comprende nove titoli internazionali provenienti da Europa, Asia, Africa e Stati Uniti, accanto a venti anteprime mondiali di documentari italiani e sette opere immersive realizzate in Italia, Francia, Germania, Arabia Saudita, Austria e Paesi Bassi. Visioni Incontra, il programma industry del festival diretto da Cinzia Masòtina, presenterà inoltre 19 progetti nelle sezioni Final Development e Work in Progress. Abbiamo incontrato il suo fondatore Francesco Bizzarri per ripercorrere l’evoluzione del festival e riflettere sul passato, sul presente e sul futuro del settore documentaristico.
Che cosa rende Visioni dal Mondo un appuntamento distintivo nel panorama italiano e, più in generale, in quello europeo?
Dodici anni fa abbiamo voluto lanciare un festival dedicato al cinema del reale, al genere documentario nella sua forma di lungometraggio per il cinema, a cui in seguito abbiamo affiancato format più brevi, pensati per la televisione e per le piattaforme, con l’obiettivo di scoprire nuovi talenti e nuovi registi attraverso la sezione New Talents Short Docs. A differenza dei circa 300 festival attivi in Italia, il nostro nasce come festival autoriale, concepito soprattutto per sostenere il sistema documentaristico italiano ed è fortemente integrato con il sistema produttivo e distributivo del settore. Attraverso la sezione Industry, inoltre, individuiamo e favoriamo opportunità di finanziamento e pre-acquisizione. Fin dalla sua nascita, il festival ha instaurato una rete di relazioni internazionali finalizzate a promuovere la diffusione del documentario italiano all’estero, con particolare attenzione a mercati maturi come Canada, Stati Uniti e Nord Europa, nell’ottica di elevarne la qualità. Rispetto ad altre realtà, il nostro festival è stato concepito fin dall’origine come un progetto professionale che, attraverso queste alleanze nazionali e internazionali, contribuisce a promuovere il documentario italiano senza finalità di profitto, ma secondo una logica di break-even, con l’obiettivo di sostenerne la crescita qualitativa e la visibilità internazionale.
Come si è evoluta, nel corso di dodici anni di Festival, la visione originaria dell’evento, anche alla luce dei profondi cambiamenti nell’industria?
Negli ultimi dodici anni l’industria è cambiata profondamente, con effetti positivi sul genere documentario, sebbene le piattaforme tendano a privilegiare un documentario più commerciale, in linea con le abitudini di un pubblico abituato a fiction e serie. Il cambiamento più significativo riguarda la durata: se un documentario da 52 minuti resta una formula valida, le piattaforme hanno modificato le modalità di fruizione, sia per lo spostamento della visione nell’ambiente domestico, sia per la diffusione di format più brevi. Il festival ha accompagnato questa evoluzione, aprendosi al lungometraggio e al mediometraggio, e successivamente a opere provenienti dalle scuole di cinema, dalla produzione indipendente e da opere prime o seconde.
E le serie di documentari?
Il formato seriale nel documentario rappresenta ancora una scommessa. Se nella fiction la figura dello showrunner è ormai consolidata, nel documentario questo modello resta più complesso da applicare, così come è più difficile mantenere alta l’attenzione del pubblico su sei-otto episodi, in particolare quando si affrontano, come nel nostro caso, temi legati alla realtà contemporanea: la guerra, i fenomeni migratori, le crisi identitarie dei diversi popoli, la tecnologia, i processi di trasformazione sociale. A questo si aggiunge la questione del budget, in Italia significativamente inferiore rispetto a quello destinato alle produzioni del Nord Europa o britanniche. Le disponibilità economiche più consistenti restano appannaggio delle piattaforme, che in Italia collaborano principalmente con quattro o cinque società di produzione. Un esempio rilevante è SanPa: Sins of the Savior, tra le poche produzioni ad aver raggiunto anche il mercato estero, insieme ad alcune produzioni del genere crime. Risulta invece più difficile per la produzione indipendente accedere a questi stessi budget. Si registra tuttavia una maggiore apertura rispetto al passato: sono nate, ad esempio, piattaforme specializzate come MYmovies, che danno spazio a un cinema e a un documentario di qualità superiore. Ci auguriamo che queste realtà possano crescere e affermarsi, nonostante la presenza di grandi player americani, dotati di risorse ben più consistenti e di logiche di mercato differenti.
Il tema di quest’anno, “Oltre il Confine”, accende i riflettori su storie del passato e del presente che superano le barriere geografiche, sociali, culturali, identitarie e interiori. In che modo il cinema documentario può creare un ponte tra passato e presente e continuare a parlare in maniera significativa al pubblico di oggi?
Negli ultimi anni abbiamo assistito a una fase di grande crisi, segnata dai conflitti e da un clima politico che alimenta forme di nazionalismo superficiale, mettendo a rischio conquiste costruite nell’arco degli ultimi cinquanta-sessant’anni. Questa recrudescenza dei nazionalismi, purtroppo diffusa a livello globale, non porta a risultati costruttivi. Con il tema di quest’anno intendiamo intercettare opere e proporre una riflessione capace di superare limiti culturali, economici, artistici e sociali, a favore di una condizione di assenza di confini. Il documentario si conferma il genere più adatto a raccontare la contemporaneità, unendo l’analisi della realtà attuale alla ricerca d’archivio e alla ricostruzione storica di ciò che ha preceduto il presente.
Guardando al pubblico, pensa che il documentario possa aiutare le nuove generazioni a riconnettersi con la realtà che ci circonda? E il suo linguaggio deve aggiornarsi per riuscire a raggiungerle?
Sì, è un aggiornamento necessario, pena la perdita di rilevanza. Sia la durata sia la scelta dei temi giocano un ruolo determinante: i documentari biografici dedicati a figure di rilievo ottengono generalmente maggiore successo, sia sulle piattaforme sia in sala. La narrazione, in questi casi, non è necessariamente innovativa, ma è la notorietà del protagonista a esercitare la maggiore attrattiva. A differenza del film, in cui il pubblico è spesso guidato dalla presenza di attori noti, nel documentario il valore aggiunto risiede nei protagonisti reali delle storie raccontate. Temi, titoli, formato e modalità narrativa risultano dunque tutti elementi rilevanti. Quest’anno dedicheremo un panel al genere crime, capace di intercettare l’interesse del pubblico giovanile attraverso modalità narrative più contemporanee. Risulta più complesso affrontare temi di maggiore rilevanza sociale, sebbene una parte del pubblico giovanile, con una sensibilità più attivista, mostri crescente interesse verso questioni quali la tutela ambientale, il cambiamento climatico e i diritti civili.
Il Festival vanta anche una sezione dedicata a opere immersive. Dal suo punto di vista, i linguaggi immersivi rappresentano oggi un punto d’incontro tra documentario e innovazione tecnologica?
Si tratta di un ambito che considero una missione personale, avviata già in collaborazione con il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia. La tecnologia immersiva è in costante evoluzione, ma presenta ancora dei limiti: la molteplicità delle soluzioni tecnologiche disponibili, i costi elevati e la mancanza di standard universali rallentano lo sviluppo del settore. Manca inoltre un vero mercato di riferimento: le sperimentazioni restano circoscritte principalmente ad ambiti museali, medici e architettonici. Fino a due anni fa, in Italia venivano prodotte annualmente 70-80 opere immersive, contro le 500 della Francia e un numero ancora superiore negli Stati Uniti. Le produzioni realizzate in ambito fiction, documentario o gaming puntano principalmente sull’interattività, più che sul contenuto o sulla narrazione in senso stretto. Il comparto gaming risulta il più avanzato sotto questo profilo, mentre il documentario resta indietro, per via delle maggiori difficoltà tecniche e produttive. Per noi rappresenta comunque una sfida stimolante. Le opere selezionate quest’anno affrontano temi come il cambiamento climatico, le figure storiche e l’arte, con un approccio più interattivo e coinvolgente. Non ravviso ancora l’esistenza di un mercato di massa consolidato, ma ritengo fondamentale presidiare questo settore, seguendo l’esempio di realtà come Luxottica, che attraverso la partnership tecnologica con Meta si è affermata nel mercato del gadget tecnologico. Nel frattempo, continuiamo a monitorare gli sviluppi del settore in Italia e all’estero: quest’anno il festival presenta sette opere immersive in concorso, tra cui una proveniente dall’Arabia Saudita.
Visioni dal Mondo è anche un’importante piattaforma per scoprire in anteprima i documentari italiani. Alla luce della sua esperienza nel settore dei media, come valuta la capacità di questo settore di competere a livello internazionale?
Una delle principali criticità del sistema documentaristico italiano riguarda, come già accennato, il budget. Il talento registico non manca, ma i finanziamenti destinati al documentario in Italia derivano principalmente da fondi pubblici, nazionali e, ancor più, regionali. Questo comporta spesso una scelta di temi legati a interessi locali o regionali, a discapito di argomenti di respiro nazionale o internazionale. La dimensione internazionale è ormai imprescindibile. Per questo motivo partecipiamo con continuità ai principali festival europei, con l’obiettivo di promuovere le produzioni documentaristiche italiane: siamo stati partner di festival di rilievo come quelli di Monaco, Copenaghen, Nyon (Visions du Réel) e Varsavia, nell’impegno costante di far conoscere il materiale prodotto in Italia. Ritengo che la co-produzione rappresenti la strada più efficace per generare interesse tra i distributori internazionali e favorire la circolazione dei prodotti in più Paesi. È un lavoro impegnativo, che richiede anche una presenza fisica costante: risulta fondamentale partecipare a incontri come quelli di Amsterdam (IDFA International Documentary Film Festival) e Copenaghen (CPH:DOX), così come ospitare in Italia produttori internazionali, per favorire il confronto e lo scambio di competenze. Quest’anno accoglieremo una delegazione svizzera composta da fondi, produttori e televisioni, in visita per un confronto diretto con le controparti italiane. Per il prossimo anno sono già previsti incontri con la Polonia, nell’ottica di rafforzare ulteriormente la visibilità internazionale del settore documentaristico italiano.