La ricetta di Locarno79 per combattere la diaspora delle major americane dai festival è puntare sul cinema indie. L’altra faccia della medaglia, ce la offre Locarno Pro. Suona inquietante (ma non sorprende) l’analisi di Stephen Follows, che usa i dati degli anni passati per dimostrare come solo una percentuale ridotta dei film indipendenti risulti profittevole. Il 3,4%, per l’esattezza. Sui film indie arrivati in sala – 1 su 10 all’incirca – solo il 33% genera profitti contro il 50% dei film prodotti dagli studios. Se è vero che, per la legge di potenza, un piccolo numero di film si accaparra la quasi totalità degli incassi, l’analista mette, però, in guarda dal fidarsi troppo delle previsioni e degli algoritmi in un mercato per sua natura “imprevedibile, imperscrutabile e ingiusto”. Usare algoritmi, test screening e AI per prevedere se un film incasserà o meno “è come proteggere con sbarre alle finestre una casa eretta in un’area soggetta a uragani e terremoti”, per dirla con le parole di Follows.
Al centro di un tavolo è stata ribadita la necessità del cinema indie di utilizzare l’AI generativa solo come supporto logistico e di marketing, evitando che debordi nella fase creativa o influenzi la scelta dei talenti o delle storie. Il cinema indipendente “deve rimanere il laboratorio creativo dell’industria”, come sintetizzato dal produttore Jaume Ripoll, co-fondatore della piattaforma di streaming Filmin, evitando di riprodurre in piccolo il modello imposto da major e piattaforme streaming.
“Il cinema indie non deve cercare di sconfiggere l’algoritmo, ma creare ciò che l’algoritmo non è in grado di predire” ha chiosato Ripoll allineandosi al “People First” di Andrea Occhipinti, presidente e fondatore di Lucky Red, anche lui a favore di un cinema umanista in cui l’AI si limiti a essere uno strumento e non un agente con potere decisionale.
Indicazioni essenziali sono arrivate da Open Doors, la sezione più vitale e strategica di Locarno che ha l’obiettivo di supportare talenti provenienti da paesi in via di sviluppo, sottorappresentati o in cui la libertà di espressione artistica è a rischio. Concentrata fino al 2028 su 42 paesi del continente africano, questa sezione ha eletto i suoi vincitori valorizzando le profonde differenze all’interno di un continente superficialmente bollato come entità omogenea per via della scarsa conoscenza. Dalla fucina africana provengono i talenti emergenti di Talemwa Pius, Mohammed Sheikh e Aseye Fiagbe, autori dei tre progetti vincitori dell’Open Doors Grant, a dimostrare come un cinema più svincolato dagli standard industriali e dalle strutture narrative rigide, prediligendo l’attenzione alle comunità locali e forme di espressione più intuitive, sia la miglior ricetta per combattere la standardizzazione dell’algoritmo.
Ancora in fase di sviluppo, di conseguenza in attesa di firmare contratti d’acquisto con distributori di sale cinematografiche, i film premiati questa edizione potrebbero seguire le orme di titoli come il pakistano Joyland, che ha incassato oltre 1,2 milioni di dollari globali dopo aver fatto parte della selezione di Open Doors Hub del 2018, e Atlantique della regista senegalese Mati Diop – tanto per restare nel continente africano – originato nella fucina di Open Doors nel 2012 col titolo di La prochaine fois, le feu e acquisito da Netflix dopo una distribuzione limitata. E l’Africa è stata ben rappresentata anche in altre sezioni del festival, col dramma musicale autobiografico Congo Boy, co-prodotto da Rai Cinema con la partecipazione di Marco Bechis e Daniele Incalcaterra di Karta Film, a godere della ribalta in Piazza Grande e col ghanese Ego Reach We All, che si è portato a casa il premio per il miglior attore nei Cineasti del Presente.
Non sono mancate riflessioni sul costo economico reale dell’inclusione, come ha messo in luce Margherita Chiti di Palomar sottolineando come i capitoli di spesa dedicati alla parità di genere, all’accessibilità sui set e al sostegno delle lavoratrici non debbano gravare sui budget dei film indipendenti, ma rientrare nei criteri ufficiali dei finanziamenti pubblici.
Emergono, dunque, da Locarno 79 delle linee guida che si indirizzano verso una visione umanistica, produzioni sostenibili, attente alla diversità e capaci di integrare l’uso della tecnologia senza che questa limiti libertà, indipendenza e creatività. Un’agenda programmatica che non nasconde l’ambizione di dettare la linea anche agli altri festival.
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